I brevi cenni di carattere storico tratteggiati qui di seguito hanno una prospettiva definita: il punto di vista di chi arriva nelle prime colline dell’Oltrepò, osserva il paesaggio – con la disposizione arroccata dei borghi, i castelli e le rocche sparse, le chiese di varia origine, gli edifici e le ville di inizio ‘900, le vigne addossate a declivi talora assai ripidi – e, interrogandosi sul senso di ciò che vede, e di ciò che non vede più, ricerca spunti di interpretazione e comprensione.
E la rilettura degli accadimenti storici può aiutare a dar conto delle ragioni per le quali, ad esempio, è luogo comune definire l’Oltrepò oggi come “terra di vigne e di castelli”.
Primi spunti di interpretazione si generano, e qui si contravviene immediatamente alle premesse, considerando innanzitutto la posizione “geografica” dell’Oltrepò.
Infatti, la collocazione geografica, le caratteristiche morfologiche del territorio, il fatto di essere attraversato, dall’epoca romana, da un’importante arteria viaria come l’antica Postumia e di disporre di valli appenniniche praticabili in direzione di valichi che consentono il collegamento con il piacentino e la Liguria, hanno attribuito all’Oltrepò nella storia una considerevole importanza logistica e strategica. Per questa ragione esso rimase coinvolto nelle vicende belliche che riguardarono dapprima la conquista romana della pianura Padana, successivamente la caduta dell’impero d’Occidente, la guerra greco-gotica e l’arrivo dei Longobardi - vicende che interessarono direttamente le vicine città di Piacenza (della cui circoscrizione territoriale l’Oltrepò fece parte dall’età romana al Medioevo) e di Pavia - i conflitti tra potenti famiglie gentilizie in epoca feudale, gli eserciti spagnoli, francesi e austriaci, in fasi successive che arrivano all’epoca di Napoleone Primo, Casa Savoia e fino all’unità d’Italia.

I Liguri  e la conquista romana
Facciamo un salto di millenni e riportiamoci all’era Quaternaria, quando i ghiacciai dell’era precedente abbandonano a poco a poco l’Italia settentrionale e le colline si coprono di fitti boschi, mentre paludi e acquitrini lambiscono le colline. Si scopre un paesaggio selvaggio e maestoso, dove, a seconda dell’altitudine, si alternano e si compenetrano i boschi di rovere e di castagno, le due essenze che hanno sempre dominato le colline dell’Oltrepò. E l’uomo vive per millenni nel bosco, cacciatore prima e agricoltore sedentario poi, strappando al bosco spazi per le coltivazioni. E attraverso gli immensi boschi dell’Appennino, in particolare, inizia la colonizzazione dell’Oltrepò collinare e montano da parte dei Liguri Iriati, i quali emigrano dalle coste del Tirreno, in particolare dal Golfo del Tigullio, alla ricerca di nuove terre dove insediarsi. La penetrazione verso nord da parte dei liguri si arrestò in corrispondenza della fascia collinare confinante con la pianura padana. Le prime popolazioni liguri occuparono stabilmente i versanti dei rilievi compresi tra Stradella e Retorbido e quelli dei rilievi più interni dell’Oltrepò collinare e in parte montano.
Si ritiene che alla base dell’organizzazione socio-economica dei Liguri antichi fosse la proprietà comune della terra.
Nel IV secolo avanti Cristo i Liguri subirono l’invasione celtica.
Quasi due secoli più tardi, vi fu l’invasione dei Romani. Nel 238 a.C. si aprirono le ostilità militari tra l’esercito romano e i Liguri della Riviera. I Romani compresero col tempo che per sottomettere i Liguri occorreva anzitutto espugnare i territori dell’entroterra. Iniziò così la penetrazione romana all’interno delle valli appenniniche. Nel 221 a.C. i centurioni raggiunsero la Valle Staffora, dove le genti liguri inizialmente li accolsero in amicizia, comprendendo solo in un secondo tempo le intenzioni “imperialistiche” dei Romani che, in quello stesso anno, presidiarono e fortificarono la località di Clastidium (Casteggio).
Nel 218 a.C., alla discesa di Annibale nella pianura Padana, i Liguri si allearono con il nuovo invasore, nemico dei Romani, pensando di poter liberare le loro terre. Ma non fu così: al termine della seconda guerra punica (197 a.C.) i Romani assoggettarono definitivamente i Liguri.
I Romani costruirono importanti vie di comunicazione di carattere militare e commerciale, lungo le quali sorsero i principali centri abitati. Tra le vie, è da ricordare la Postumia, iniziata dal console Albino nell’anno 606 di Roma (96 a.C.), che cominciava da Genova, giungeva al Decimum Lapidem (Pontedecimo), a Libarna (Serravalle Scrivia circa), a Tortona, a Iria (Voghera) e, costeggiando le colline dell’Oltrepò, a Piacenza, a Verona e forse ad Aquileia. La Postumia, chiamata erroneamente “Emilia”, fu detta, nell’epoca cristiana, “Romea”, in nome dei pellegrini, conosciuti nei bassi tempi come ”romeus” o “romeius”, che la frequentavano per recarsi a Roma.

Le invasioni barbariche, germaniche, slave e il periodo feudale
Con il decadere dell’Impero Romano d’Occidente (III secolo dopo Cristo), l’Oltrepò subì le invasioni di nuove popolazioni, le quali non di rado si dimostrarono assai violente. Pare ad esempio che Iria, nome con il quale si ritiene venisse designata all’epoca Voghera, sia stata distrutta nel 452 d.C. da Attila. In ogni caso, la venuta di queste popolazioni, e la conseguente fusione dei loro tratti culturali con quelli dei Liguri, dei Celti e dei Latini diede origine a un nuovo gruppo etnico che mantenne nel tempo caratteristiche culturali sensibilmente differenti da quelle delle genti a nord del Po.
Memorie archeologiche del lungo dominio romano si trovano in molte zone dell’Oltrepò, ma sono senza dubbio dell’alto medioevo e del periodo rinascimentale le testimonianze più numerose e più importanti dal punto di vista artistico.
Tra l’XI e il XV secolo, su innumerevoli sommità furono costruiti castelli e roccaforti, baluardi eretti a difesa degli interessi principalmente territoriali di ciascun casato, minacciati nei frequenti conflitti militari tra famiglie rivali. Attorno al castello, all’interno della prima cerchia di mura, sorsero abitazioni, spesso il nucleo originario dei borghi che si sarebbero sviluppati in seguito.
Con l’imporsi della religione cristiana sul paganesimo, cominciarono anche i pellegrinaggi ai luoghi santi che furono, dal V al XV secolo, uno degli elementi connettivi dell’Europa cristiana.  Gran parte dei percorsi scendevano lungo il Po, o attraversavano i valichi dell’Appennino, seguendo in buona misura i tracciati della via Emilia o della via Postumia, chiamata, come detto, Romea, e, in seguito, anche “Francigena”, perchè nell’altra direzione era percorsa da coloro che andavano in Francia, per raggiungere Santiago de Compostella o altri luoghi di culto. Nei luoghi dominanti, sui ponti e guadi dei corsi d’acqua e nei punti più pericolosi per il viandante furono costruiti castelli, a protezione dei pellegrini, monasteri e luoghi di ristoro e di sosta, chiamati “ospizi” o ospedali, che solo in seguito divennero luoghi di cura per la lebbra, il fuoco di Sant’Antonio e la peste.
Esemplare, al riguardo, è la vicenda umana di un pellegrino destinato a cambiare la storia religiosa, sociale ed economica di Broni a partire dal XIV secolo: San Contardo d’Este. Il tentativo di ricostruire un quadro, necessariamente ipotetico e tuttavia il più possibile completo, della situazione insediativa tardo-antica e alto medievale nell’Oltrepò, non può infine prescindere dalla considerazione del fenomeno della nascita delle pievi rurali, verificatosi nell’Italia padana a partire dal IV secolo d.C. Si può dire, in estrema sintesi, che le pievi, presumibilmente risalenti alla primitiva organizzazione ecclesiastica del territorio, appaiono ubicate in località caratterizzate dalla presenza di precedenti insediamenti romani, ora disposte lungo l’antica via Postumia (Voghera, Casteggio, Redavalle, Broni) o lungo la strada della Valle Staffora (San Gaudenzio, Rivanazzano, Varzi), ora collocate in posizioni notevoli nella pianura (Arena, luogo di possibile attraversamento del Po) o in luoghi centrali e di rilievo sulla collina (Montalto).
l territorio dell’Oltrepò, nell’alto medioevo e sino alla fine del feudalesimo, è stato controllato politicamente in particolare da quattro potenti famiglie gentilizie: Malaspina, Dal Verme, Beccaria e Visconti.
Nel XII secolo i feudi collinari del vogherese, in possesso dei vescovi di Tortona e di Piacenza, passarono, per volere dell’imperatore Federico Barbarossa, al comune di Pavia. E’ quindi da allora che l’Oltrepò può cominciare a dirsi “pavese”. Intenzione del Barbarossa era quella di interporre un cuneo di territori fedeli all’Impero tra i guelfi di Tortona e quelli di Piacenza. Voghera, Broni e Stradella si mantennero ghibellini, insieme a Pavia e ai feudi malaspiniani della Valle Staffora, in costante conflitto con milanesi e piacentini. L’Oltrepò subì incendi e distruzioni, per le guerre tra guelfi e ghibellini, specialmente tra il 1214 e il 1216.
Nella valle del Tidone, che scende verso il territorio piacentino, si imposero, dopo il dominio del monastero di San Colombano di Bobbio, i Dal Verme. Sulle dorsali delle colline si incontrano i castelli e i feudi che furono dei Beccaria. In seguito, i Visconti, nel XIV secolo, e gli Sforza, dopo la metà del XV, ebbero il dominio incontrastato del territorio, che assegnarono in feudo ai loro vassalli più fedeli.

Guerre e conflitti in età moderna e dopo l'unità d'Italia
Nel 1495 il re di Francia Carlo VIII, chiamato da Ludovico il Moro dopo la battaglia di Fornovo sul Taro, passò frettolosamente per Castel San Giovanni, Voghera, Tortona, per ritirarsi ad Asti, e da qui in Francia. Le guerre tra francesi e spagnoli portarono, anche sulle terre dell’Oltrepò, nuove scorrerie e nuove epidemie.
L’Oltrepò fu scorporato dal Principato di Pavia nel 1703 e annesso al Piemonte col trattato di Torino. Nel 1713 la pace di Utrecht lo assegnò all’Austria, ma nel 1743 il trattato di Worms e nel 1748 quello di Aquisgana assegnarono nuovamente ai Savoia il vogherese, le Langhe Malaspiniane, i feudi Dal Verme e il bobbiese. E’ a partire dal Settecento che si estende e generalizza la viticoltura: fino a quel momento il bosco aveva regnato sovrano, anche se inframmezzato da coltivi a vigna. Dal ‘700, invece, ha origine il processo che porta allo spettacolo attuale dei bei filari di viti che, con le loro irte geometrie ornano le pendici delle colline oltrepadane.
L’intero Oltrepò rimase piemontese sino all’unità d’Italia, salvo le occupazioni francesi negli anni 1796-99 e 1800-14.
Napoleone Bonaparte, ai primi di giugno del 1800, attraversò con le sue truppe a San Cipriano e si accampò tra Broni e Casteggio. Il 9 giugno, a Montebello, vi fu il primo scontro con l’esercito austriaco. Cinque giorni dopo, a Marengo, ebbe luogo un’altra celebre battaglia.
Un altro importante scntro si svolse a Montebello il 20 maggio 1859, nel corso della seconda guerra di indipendenza, tra 8o000 franco-piemontesi e 16000 austriaci. I primi sconfissero i secondi, che ripiegarono su Pavia, Broni e Stradella.
La provincia di Pavia, dal 1859 al 1923, incluse anche il circondario di Bobbio e l’alta Val Trebbia, poi aggregati alla provincia di Piacenza , e, in parte a quella di Genova.
Nel 1882 entrò in funzione la linea ferroviaria Pavia-Broni-Stradella e nel 1883 venne attivata la linea tramviaria Voghera-Stradella.
Il 9 aprile del 1910 si apriva il cantiere della titanica opera per la costruzione del ponte della Becca, alla confluenza del Ticino nel Po. 3900 tonnellate di ferro, 1040 metri di lunghezza, 13 campate: il 7 luglio 1912 veniva inaugurata ufficialmente la “porta dell’Oltrepò”, il collegamento più rapido e diretto tra Pavia e la zona meridionale della provincia. A distanza di tanti anni la costruzione appare tanto più grandiosa se si pensa che fu realizzata solo con attrezzi manuali quali vanghe, picconi, martelli e che anche le draghe erano mosse dagli animali.
Negli anni 1943-’45 la popolazione dell’Oltrepò si distinse per la propria partecipazione alla lotta armata di Resistenza e di Liberazione.
Il dialetto, gli usi e costumi, le credenze, le tradizioni dell’Oltrepò rimangono ben caratterizzati e radicati nell’origine celto-ligure, sia per le note tendenze alla conservazione proprie della cultura contadina, sia per l’ancor più spiccato attaccamento alle origini delle genti di montagna. Negli ultimi decenni, però, l’emigrazione massiccia e la crisi della cultura contadina hanno costituito forti fattori di assimilazione culturale. 

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